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ANGHIARI - I Musei
La Battaglia di Anghiari
Sia Anghiari che la vicina Sansepolcro ebbero, nel tempo, a che fare con i Fortebraccio.
Ceduta da Sigismondo Malatesta al Papa, nel 1431 Sansepolcro finì sotto Niccolò Fortebraccio da Montone, che ricevette il Borgo da Papa Eugenio IV in cambio della restituzione dei territori da lui occupati nel Viterbese. Alla morte di Fortebraccio, avvenuta nel 1435, Sansepoicro sarebbe tornata nelle mani del Pontefice se lo stesso Fortebraccio non vi avesse lasciato a difesa una solida guarnigione comandata da Baldaccio d'Anghiari e Francesco da Battifolle, Signore di Poppi.
Vista la difficoltà ad espugnare Sansepolcro, munita di una doppia cinta muraria circoscritta da un largo fossato, l'armata inviata dal Papa si diresse verso Poppi e la rapidità con cui caddero i castelli vicini indussero Francesco da Battifolle, con la mediazione dei Fiorentini, a scendere a patti con il Papa.
Il borgo di Sansepolcro tornò quindi allo Stato Pontificio finché, nel 1438, non venne occupato da Francesco Piccinino, figlio del capitano di ventura Niccolò Piccinino (nipote di Braccio da Montone), al servizio del Duca di Milano. Fedele a Niccolò, la città di Sansepolcro fu presa d'assedio dall'esercito del Papa, alleatosi ai Fiorentini. Il condottiero corse allora a salvarla dopo che il figlio Francesco ebbe minacciato di morte tutti coloro che si fossero arresi. Il Piccinino tornò al Borgo per preparare l'assedio di Città di Castello e la conquista dell'Umbria, ma subito giunsero, a scongiurare il pericolo, le truppe pontificie e fiorentine che si accamparono ad Anghiari.
Il 29 giugno 1440, sentito che l'esercito nemico si era allontanato da Anghiari per foraggiare i cavalli, Niccolò Piccinino credette fosse giunto il momento buono per attaccare. Il polverone alzato dalla cavalleria del Piccinino attirò l'attenzione di Michelotto Attendolo e, al suo richiamo, prontamente accorsero gli altri capitani, tra cui Gian Paolo Orsini e Baldaccio (di cui a Sorci, vicino ad Anghiari, rimane il castello). Lo scontro fu violento e si prolungò per quattro ore, con repentini ribaltamenti di fronte al di qua e al di là di un piccolo fosso che tutt'ora scorre ai piedi di Anghiari. Verso il tramonto si levò un forte vento che gettò la polvere in faccia ai soldati del Piccinino che, stanchi e svantaggiati nel ricevere rinforzi, ripiegarono verso Sansepolcro.
Di questa battaglia, Machiavelli dice che vi perse la vita un solo soldato perché, in fuga, fu disarcionato e travolto dagli altri cavalli. Machiavelli d'altra parte, assertore dell'esercito repubblicano contro l'utilizzo delle compagnie di ventura (assoldate via via da vari signori e sempre pronte a cambiar bandiera) probabilmente intese usare la Battaglia di Anghiari e le truppe del Piccinino come dimostrazione delle sue teorie. In realtà l'avvenimento ebbe risvolti ben più cruenti e alcuni cronisti dicono che la battaglia vide scendere in campo dodicimila cavalieri e seimila fanti. Tra questi persero la vita in sessanta per la parte del Duca e in dieci per la parte della Lega. Almeno millecinquecento uomini eccellenti furono fatti prigionieri tra le fila del Piccinino, che l'indomani ripartì per la Lombardia dove era stato richiamato da Filippo Maria Visconti.
Il ricordo ditale evento è comunque giunto sino a noi soprattutto per il fatto che il Governo di Firenze, al fine di illustrare (con alcuni dipinti nella Sala del Consiglio) le proprie imprese, incaricò Leonardo da Vinci di rappresentare la Battaglia di Anghiari. L'artista lavorò ai disegni per due anni, fin quando non decise di partire per Milano. Al suo ritorno, purtroppo, l'opera era rovinata e mai più Leonardo la riprese. Durante la sua assenza, però, la Battaglia di Anghiari fece scuola e così ci è pervenuta, in qualche modo, attraverso le incisioni ed i disegni di alcuni pittori, tra cui Rubens. Oggi una piccola cappella posta lungo il rettilineo che congiunge Anghiari con Sansepolcro, in località della Maestà delle Forche (era il luogo delle esecuzioni capitali), ricorda lo storico evento che segnò la lunga sottomissione della Valtiberina al Governo di Firenze.
A tale fatto seguì inoltre, come andremo ad illustrare, la nascita di quella che, a buon ragione, fu ritenuta la repubblica più piccola del mondo.
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