Il Museo Statale di Palazzo Taglieschi
Lo storico Palazzo Taglieschi si trova in quella che un tempo era conosciuta come Piazza del Borghetto e che oggi si chiama Piazza Mameli. Il luogo è un crocevia obbligato per chi si avventurasse nei vicoli del Borgo Antico. Vi si arriva da Piazza Baldaccio attraverso Via Garibaldi, transitando di fronte alla Chiesa di Sant'Agostino. Mentre a sinistra si scende verso la passeggiata delle mura, davanti troveremo il Palazzo del Marzocco e la salita che conduce verso l'Istituto d'Arte e Palazzo Pretorio. A destra è invece Palazzo Taglieschi, proprietà di quella famiglia anghiarese di cui Lorenzo Taglieschi è il nome più illustre, avendo lasciato ai posteri quasi tutto quanto c'era da sapere sulla storia di Anghiari dalle origini fino al '600.11 palazzo è subito riconoscibile per la facciata molto articolata. Infatti l'edificio fu commissionato da Matteo di Antonio di Bartolomeo Taglieschi, capitano di ventura meglio conosciuto come Matteo Cane. Pur essendo una costruzione rinascimentale, Palazzo Taglieschi nasce dall'unione armonica di case-torri preesistenti, come dimostrano la presenza di volte a sesto acuto, le volte a crociera del magazzino, il corpo a sbalzo su mensoloni della facciata.
A questo punto occorre aprire, a riguardo, una parentesi. Difatti bisogna dire che Matteo Cane fu guerriero il cui fiero comportamento gli valse l'appellativo di cane, animale che quindi iniziò a figurare anche a fianco dell'arme di famiglia. Al servizio dei Fiorentini, comandò diverse fortezze della Toscana, sia nel Pisano che nell'Aretino. Gonfaloniere ad Anghiari intorno al 1470, ispirò qui l'affermazione di una cultura umanistica di derivazione fiorentina. Nel borgo altotiberino cominciarono a lavorare nomi di fama come Andrea della Robbia, autore della Natività che, realizzata per la Chiesa della Badia,è oggi collocata proprio all'interno del Museo di Palazzo Taglieschi. Per Anghiari lavorarono anche Guillaume de Marcillat, a cui si devono le vetrate del Duomo di Arezzo, e lo scultore Santi da Settignano.
Da Settignano giunsero altri personaggi dai nomi curiosi (o famigerati) come il Subisso e il Diavolaccio.
Tali presenze, insieme alla forza assunta dalla corporazione dei muratori e degli scalpellini, imposero ad Anghiari i canoni dello stile fiorentino e urbinate, di cui Palazzo Taglieschi (al cui disegno pose mano, probabilmente, lo stesso Matteo Cane) è espressione, con linee che sembrano avvicinarlo alla tradizione inaugurata da Leon Battista Alberti e che lo distinguono da altri palazzi anghiaresi del '400. Si noti infatti la discrepanza tra le finestre rettangolari, incorniciate da mostre in pietra, di Palazzo Taglieschi e quelle centinate degli edifici vicini, fatta eccezione per l'antistante Palazzo dei Marzocco, che fu anch'esso proprietà dei Taglieschi.
L'aspetto gentilizio dei nuovi edifici non deve comunque indurre a pensare che, al rinnovamento artistico, ne seguisse anche uno morale. La Piazza del Borghetto fu infatti teatro di gravi violenze perpetrate ai danni dei Taglieschi, come l'uccisione di Ilionelo (al tempo il cittadino più ricco, la cui casa fu depredata di ogni bene) oppure le schioppettate che assassinarono Milano di Raffaello. Passato più volte di mano a partire dal' 500, nel 1900 iniziò il triste degrado del Palazzo, che dopo la II Guerra Mondiale finì con l'ospitare le famiglie meno abbienti del paese. La destinazione a struttura museale fu dovuta all'opera dell'ultimo proprietario, Don Nilo Conti, che vi raccolse tante testimonianze artistiche e popolari dell'Alta Valle del Tevere, donandole poi allo Stato Italiano con l'impegno di farne un museo.A restauri ultimati, Palazzo Taglieschi ospitò subito, nel 1968, la famosa mostra sulle armi da fuoco anghiaresi. Occorse un po più di tempo per allestire il Museo Statale, inaugurato nel 1976 dall'allora Ministro per i Beni Culturali Giovanni Spadolini.
Il Museo è una tappa fondamentale all'interno di Anghiari, un percorso nel tempo per scoprire l'organizzazione e la vita all'interno di un palazzo rinascimentale, con le sue colonne, le sue scalinate, i suoi camini e gli stupendi lavabi in pietra. Le venti sale offrono un'eccezionale raccolta di dipinti (del Ghidoni, di Matteo RosseTTi, di Jacopo Vignali,...) sculture (di scuola toscana e umbra) e utensili, ammirabili nella straordinaria cornice quattrocentesca.Elencando velocemente alcuni di questi oggetti, citiamo cippi e capitelli di varie epoche (compresa l'età romana), macine in pietra e orci per la conservazione dell'olio e delle tinture, antiche campane, chiavistelli delle porte quattrocentesche (tra cui il famoso Catorcio di Anghiari), arredi e paraménti sacri, mobili, affreschi staccati, terrecotte (molte della bottega di Santi Buglioni, continuatore della scuola dei Della Robbia).Tra le opere di maggior rilievo ricordiamo la Natività di Andrea della Robbia (a cui si è accennato precedentemente), l'organo positivo da tavolo della prima metà del XVI secolo (un esemplare unico nel suo genere, proveniente dalla Chiesa di Santo Stefano) e, soprattutto, la statua della Vergine di Jacopo della Quercia.
Tale scultura, in legno dipinto, fu eseguita per una chiesa anghiarese, su commissione della Compagnia di Santa Maria della Misericordia, dall'autore di Fonte Gaia a Siena e del portale maggiore di San Petronio a Bologna. L'attribuzione è certa, mentre l'opera è databile intorno al 1420.Infine, non possiamo non ricordare con Palazzo Taglieschi la figura di Giuseppe Mazzi, l'illustre esperto anghiarese a cui si deve il prezioso lavoro di raccolta effettuato per la collezione di Palazzo Taglieschi.
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